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WALL•E eroe ecologista

  • Immagine del redattore: Cooperativa Pandora
    Cooperativa Pandora
  • 18 mag 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

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Wall-E e Eve. Foto credit: Cthomasuscg

39 minuti: tanto bisogna aspettare, in WALL•E, nono lungometraggio d’animazione a marchio Pixar (un nome una garanzia), per il primo vero e proprio dialogo tra due esseri umani. Eppure bastano pochi minuti allo spettatore per lasciarsi catturare dal film di Andrew Stanton, già regista premio Oscar per Alla Ricerca di Nemo, e soprattutto per innamorarsi del suo protagonista, un Charlie Chaplin o Buster Keaton fatto di rotelle, metallo e ingranaggi. Sì, perché come nelle migliori storie del romantico vagabondo Charlot, il robot WALL•E (l’acronimo sta per “Waste Allocation Load Lifter Earth-Class”, in sostanza un netturbino) è l’impacciato avventuriero dal cuore d’oro, che con la sua ingenuità e spirito di sacrificio finisce per risolvere la situazione e conquistare il cuore della sua bella.

Non una novità per la casa di produzione di John Lasseter e soci, specializzata da sempre nel toccare le corde giuste raccontando la rivincita degli ultimi, eroi loro malgrado in un mondo apparentemente troppo grande e complesso, eppure salvato ogni volta da semplicità e buoni sentimenti. Ma non solo: ogni creazione Pixar è un universo di citazioni, una dichiarazione d’amore al cinema di chi li ha preceduti. Il robospazzino WALL•E, allora, è soprattutto un omaggio nemmeno troppo velato al mondo della fantascienza anni ’80, con quel suo buffo aspetto a metà tra la versione metallizzata (e un po’ arrugginita) del piccolo E.T. l’Extra-terrestre e il cyborg “Numero 5” di Corto Circuito, altra chicca d’epoca.


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Proprio al più improbabile degli ambasciatori Stanton decide di affidare, fin dalle prime immagini del film, il suo messaggio di speranza e rinascita: WALL•E è “più umano degli umani”, unico guardiano di un pianeta-discarica ormai allo sbando, utilizzato esclusivamente come deposito di rifiuti, da trasformare di soppiatto in ricordi (o rimpianti?) di una variopinta realtà ormai perduta. E gli umani, quelli veri? Lost in Space, sperduti nello spazio a bordo di una gigantesca astronave allestita a mo’ di centro commerciale, partita con le premesse di un’Arca di Noè all’incontrario per fuggire al mare di inquinamento e spazzatura, e divenuta, generazione dopo generazione, un non-luogo in cui attività motoria e interazioni sociali sono pressoché ridotte allo zero: sedotta dalle lusinghe della comodità, la razza umana ha progressivamente delegato la propria quotidianità proprio a quel progresso tecnologico che l’aveva spinta alla fuga. Roba che, a pensare a quello che è o potrebbe diventare la nostra vita post-coronavirus, verrebbe da cercare la telecamera nascosta come in Truman Show.

WALL•E, al contrario, soffre di solitudine e sogna l’amore, magari mano nella mano e a passo di danza come in un musical d’altri tempi. Lo troverà in EVE, cioè Eva, una bella robottina ecologista dalla programmazione ferrea e dall’aspetto elegante di un prodotto Apple (al suo design ha collaborato Jonathan Ive, creatore dell’IPod). Anche stavolta, il nome non è scelto a caso: saranno proprio loro due a salvare la vegetazione sulla Terra e a convincere degli umani ciccioni e impigriti a ricominciare a popolarla. Più che una pianta, quella trovata quasi per caso e difesa con tanta passione dalla coppia, è un vero e proprio simbolo di nuova vita: una vita diversa, migliore, da cui ri-cominciare, per invertire la rotta e cambiare quel che fin qui abbiamo sbagliato.

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