A leggere le recensioni che si trovano qua e là in rete, critica e pubblico concordano nel valutare Si Può Fare, del regista Giulio Manfredonia (Premio David Giovani nel 2008), come un piccolo gioiello nascosto della cinematografia italiana più recente.
Perché? Ovviamente, il primo elemento di richiamo quasi automatico è un Claudio Bisio in stato di grazia, capace per una volta di non fare “il Claudio Bisio”, ricordandoci di quando ancora ci provava a far l’attore per davvero, e non gli riusciva neanche così male. Ma non è solo questo: non potrebbe esserlo, perché Si Può Fare è anche (o soprattutto) un film sulla cooperazione, uno di quelli da far vedere nelle scuole per spiegare che “una testa un voto”, molto meglio di quanto potrebbe fare qualunque documentario sui Probi Pionieri di Rochdale. Ispirato a una storia vera, una tra quelle delle duemila e più cooperative sociali di tipo B nate in Italia all’indomani della legge Basaglia (il film è ambientato nel 1983) per dare lavoro, tra gli altri, agli ex reclusi nei “manicomi”, il racconto di Manfredonia è un mosaico di umanità divertente e delicato. E che umanità: i veri protagonisti di Si Può Fare sono gli outsider della Milano da bere, gli scarti di una società votata alla produttività e al benessere di facciata, primo fra tutti lo stesso Bisio/Nello, sindacalista all’eterna ricerca di un suo posto nel mondo. Ma, soprattutto, a occupare la scena è l’esilarante, variopinta schiera di pazienti psichiatrici trasformati dall’oggi al domani in una cooperativa di parquettisti, e catapultati in un quotidiano che insieme spaventa e affascina, ma non inganna, perché “siamo matti, mica scemi”.
Tanti sono i volti più o meno noti della tv e del teatro italiano a vestire i panni di questa improbabile corte dei miracoli, da Bebo Storti (meravigliosamente antipatico, come sempre) ad Anita Caprioli, dall’attore teatrale Giovanni Calcagno allo scrittore e conduttore radiofonico Carlo Gabardini, fino a Daniela Piperno, tra i fondatori del teatro dell’Elfo di Milano. Il risultato è una favolona terapeutica in tempi di solitudine più o meno forzata, intrisa di ottimismo ma non di retorica, semplice al punto giusto, capace di toccare con la giusta leggerezza anche argomenti molto seri, e strappare un sorriso sincero anche nei suoi (pochi, ma ci sono anche quelli) risvolti più drammatici. Se, come sosteneva Basaglia, “la follia è una condizione umana”, Si Può Fare ci insegna che ancora di più lo è la capacità di fare gruppo, trasformando anche i talenti più strani in risorse comuni, e ogni difficoltà in un buon inizio.
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